Un patentino obbligatorio per alcuni cani, ma non per tutti? La proposta di legge PLP4 fa discutere e divide esperti, cittadini e istituzioni. In gioco ci sono temi fondamentali: sicurezza pubblica, diritti degli animali, disuguaglianze sociali e il rischio che tutto si trasformi in puro business per allevatori e addestratori.
Cosa prevede la proposta PLP4
L’iniziativa della Regione Lombardia, che punta a estendere a livello nazionale la proposta di legge PLP4, introduce nuove regole per chi desidera convivere con un cane appartenente a una delle 26 razze definite “potenzialmente pericolose”. Tra queste misure spicca l’introduzione di un patentino obbligatorio. Ma c’è un’eccezione controversa: chi acquista un cane da un allevamento riconosciuto dall’ENCI (Ente Nazionale Cinofilia Italiana) sarebbe esonerato dall’obbligo.
Questo punto ha scatenato dure critiche da parte di esperti e associazioni. Perché, si chiedono in molti, un cane preso in allevamento dovrebbe essere considerato automaticamente “sicuro”? Non è forse l’educazione e la gestione del cane a fare la differenza?
Una misura che crea disuguaglianza
Molti professionisti del settore cinofilo, dai veterinari agli educatori, denunciano che la PLP4 favorisce chi può permettersi di acquistare un cane, penalizzando chi invece adotta da rifugi o canili. Questo, secondo loro, incentiva un modello di consumo piuttosto che una cultura del rispetto e della responsabilità.
Il rischio? Spingere i cittadini a rivolgersi agli allevamenti solo per evitare il percorso previsto dal patentino. Un approccio che lascia fuori centinaia di cani adottabili, spesso bisognosi di più attenzione e cura, ma non meno meritevoli di amore e responsabilità.
CAE1: un test superato?
Nella proposta compare anche il famoso test CAE1, un’esame di obbedienza che dovrebbe valutare le “competenze” del binomio cane-proprietario. Tuttavia molti esperti lo ritengono ormai anacronistico. Perché?
- Si basa su una visione antiquata del cane, come soggetto da controllare anziché da comprendere.
- Ignora le dimensioni emotive e cognitive dell’animale.
- Punta sull’obbedienza meccanica, non sulla relazione empatica.
Insomma, il cane non è un robot che esegue comandi, ma un essere senziente con emozioni e bisogni propri.
La proposta alternativa: il Protocollo Sicurezza
In risposta alla PLP4, nasce il Protocollo Sicurezza, ideato da Angelo Vaira. Più che un test burocratico, si propone come un percorso educativo che coinvolge cane e proprietario in un cammino graduale di consapevolezza e responsabilità.
Il protocollo si struttura in cinque aree principali:
- Cura: tenere conto dei bisogni psicologici ed etologici del cane.
- Detenzione: evitare situazioni di isolamento e frustrazione.
- Stazionamento: imparare a gestire il cane in contesti urbani.
- Conduzione: sapere camminare insieme in sicurezza, anche nelle emergenze.
- Libertà: garantire libertà con responsabilità e presenza attenta.
Questo approccio promuove una cultura del coinvolgimento e della crescita condivisa, dove il cane è riconosciuto come partner relazionale e non come strumento da addestrare.
I cinque valori del Manifesto
Dal Protocollo è nato anche un Manifesto. Al suo centro ci sono cinque parole chiave che raccontano una nuova idea di convivenza tra uomo e cane:
- Sicurezza: fondata sulla conoscenza, non sul controllo.
- Cura: intesa come attenzione ai bisogni profondi del cane.
- Ascolto: leggere e comprendere segnali ed emozioni dell’animale.
- Rispetto: per il cane, le altre persone e l’ambiente.
- Crescita comune: educare cane e persona insieme, verso un equilibrio condiviso.
L’obiettivo del Manifesto? Passare da una visione del cane come possibile minaccia, a una cultura della competenza. Un cambio di paradigma necessario, secondo Vaira, per una società più sicura e civile.
Il problema non è la razza, ma le condizioni
Esistono cani pericolosi? La risposta degli esperti è chiara: lo stress, la solitudine, la paura e la frustrazione rendono un cane instabile, non la razza in sé. Certo, ogni razza ha le sue inclinazioni (un segugio segue tracce, un molosso può proteggere). Ma ciò che davvero conta è:
- il modo in cui il cane viene educato,
- l’ambiente in cui vive,
- le competenze del proprietario.
Ignorare tutto questo e basarsi solo su liste preconfezionate o pedigree, rischia di produrre più danni che benefici.
“Patentino” o “Protocollo”: una differenza di visione
La parola “patentino” viene criticata perché richiama l’idea di un permesso da ottenere, una barriera burocratica. Secondo i promotori del Protocollo Sicurezza, invece, serve un percorso formativo e inclusivo.
Il protocollo accompagna, insegna, sostiene. Non esclude, ma coinvolge. Non divide, ma unisce.
Serve una rete, non un decreto calato dall’alto
Il Manifesto ha già raccolto importanti adesioni da associazioni come FISC, Save the Dogs e Pet Levrieri. Questo dimostra che la trasformazione culturale è possibile, ma deve partire dalla società e dalle relazioni, non dalle imposizioni.
La sicurezza, in fondo, nasce da un rapporto fatto di fiducia, empatia e competenza. Ed è proprio questo quel che la PLP4 rischia di ignorare, in nome di soluzioni apparenti ma poco efficaci. Il cambiamento vero? Nasce dalla comprensione e dal rispetto.




